C O R R E R E

Non c’è più tempo.

Per piangere, per ridere. Per scherzare, per giocare.

Sveglia, lavi faccia, vestiti, deodorante, trucco, lavi i denti, in motore, di corsa, imprechi, lavoro, orologio, quando finisce, poi finisce, in moto di nuovo, imprechi di nuovo, due ore forse tre magari quattro per recuperare tutto correndo

E recuperi: gli amici, il fidanzato, il conforto, la pacca sulla spalla, l’hobby, il bog, i social, la doccia, le creme, il sorriso all’estraneo, la filosofia veloce sulla vita,  il rapido check sulla direzione che sta prendendo la tua vita poi ti addormenti.

Ma è un attimo.

Perchè: sveglia.. Sveglia! lavi faccia, vestiti, deodorante, trucco, lavi i denti, in motore, di corsa, imprechi, lavoro, orologio, quando finisce, poi finisce..

Ti serve tempo per cercare tempo, per produrlo, ricavarlo, trovarlo.

Bisogna correre e sperare di non stare correndo nella direzione sbagliata.

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Il conforto è un’arte

Vi è mai capitato di cercare conforto proprio dalle persone che vi hanno fatto male?A me si. Spoiler: si resta delusi.

Non so se questo succeda a tutti, magari solo a chi non ha tanta gente fidata.

Onestamente, è chiedere troppo all’altro. E’ veramente chiedere un grande atto d’amore.

Immaginate di litigare con vostra sorella per qualcosa. La questione vi fa male, molto male. Poi andate da lei per cercare di farvi consolare della cattiveria che vi siete sentiti dire. Perché andreste da lei per qualsiasi problema, è la vostra confidente.

Il conforto è un’arte.

Ci vuole tanto amore per dare conforto. Quello vero, pattare la schiena non conta. Richiede coraggio (non ci si può imbarazzare durante l’abbraccio, perderebbe il suo potere), abnegazione (dovete mettere da parte qualsiasi orgoglio), finta ottusità (mettete da parte la ragione).

Dovete essere persone piene.

E’ difficile confortare qualcuno. Ma se sapete farlo, allora avete un dono. Uno di quelli preziosissimi.  Il conforto è merce rara, è acqua in un mondo di assetati.

Custodite il vostro dono.

E se non lo possedete? Be’ non è semplice acquisirlo, ma si inizia in questo modo: aprite le braccia e sorridete. Sinceri.

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La sensazione del mancato conforto, signori miei, è una di quelle cose brutte che si ricordano.

Prendete due fidanzati: ora mettete dentro mille litigi. Col tempo i motivi dei litigi si dimenticano. Anche se la storia è finita. E per fortuna, aggiungerei. Ma lo sapete cosa ricorderete? Che quando avevate bisogno del conforto da parte di quella persona, che ritenevate l’unica in grado di consolarvi.. non avete ottenuto nulla. E se oltre al nulla avete anche trovato un fronte ostile o una risata di scherno, la frittata è fatta.

Penserete che eravate vulnerabili, e vi hanno lasciato soli.

E questo, solo i supereroi lo riescono a dimenticare.

 

The importance of being idiot

Una bellissima canzone degli Oasis canta circa l’importanza di essere pigri. Sono d’accordo. Essere svegli, rapidi, smart e multitasking è bello ed è il futuro. Ma ogni tanto, non è parimenti importante essere pigri?

“My girlfriend told me to get a life
She said: “boy, you’re lazy”
But I don’t mind
A man’s got a limit
I can’t get a life if my heart’s not in it”

Insomma ognuno ha il suo tempo. Non tutti siamo iperfast e ipersmart.

Io difendo quelli che ci mettono tempo a capire.

Io difendo il voler fare le cose con calma, ed il voler essere scemi.

Non voglio cercare la cosa più brillante da dire. Il riferimento colto giusto. Sono in pausa, porca miseria!

Avete mai visto un programma cretino per il gusto di non impegnarvi? Giocato ad un gioco stupido, per passere il tempo? Letto un libro demenziale?

Tutti sentiamo l’esigenza di essere idioti, volutamente. E non dovremmo privarci di questa necessità.

Perciò, siate idioti. Guardate il vostro programma cretino e non imbarazzatevi. Anche il vostro interlocutore farà qualcosa di stupido, nel tempo libero. Solo che se ne vergogna.

La canzone la trovate qui:

idiot-inside Ma ricordate: siate idioti responsabilmente!

Non odiate la tecnologia

Facendo alcune premesse:

 

-E’ vero che il libro cartaceo, è bello, è vecchio stile, lo puoi portare ovunque e non si scarica

-E’ vero che il libro cartaceo fa quel profumo di pagine che mmmm che magia!

-E’ vero che puoi scrivergli una dedica, regalarlo, passa di mano.

-E’ vero che vuoi mettere le biblioteche meravigliose, dove ti sembra di abbracciare con uno sguardo lo scibile umano

Volete mettere però avere mille libri tutti stimati in piccolo, magro, compatto, quasi inesistente reader. Dallo schermo non retroilluminato che non danneggia gli occhi, che ha pure il vocabolario inserito (grande vantaggio se siete di quelli che cercate ancora le parole che non conoscete, tipo me).

Tutte le posizione del mondo sono facili da assumere con il reader (avete mai letto cartaceo Anna Karenina o peggio Guerra e Pace? I libri oltre le 400 pagine sono IMPOSSIBILI da leggere il modo comodo a meno che non siate già a metà libro).

Insomma, ogni tanto, al nuovo che avanza, diamogliela una possibilità.

Il mio reader è u n cosino anonimo della Sony ed ha già quasi 6 anni. Non servono spese pazze nè super nomi, nè rate. Tecnologia con saggezza.

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Gli occhiali

Nascere con gli occhiali non è roba da poco. E con nascere intendo mettere gli occhiali prima dei 10 anni.

Se è capitato anche a voi sapete di cosa parlo: vi sembrerà di averli sempre avuti.

Nascere con gli occhiali significa avere degli – scomodi- costanti compagni di avventure.

La pallonata sulla faccia mentre giocate a basket, il sudore che ve li fa cadere giù. L’abitudine di tirarli su con il dito – o con la nocca-. Gli occhiali che si slargano sempre.

Le ditate – le ditate! Alzi la mano chi ha mai avuto gli occhiali puliti. IMPOSSIBILE.

Puoi camminare con ottanta pezzuole in camoscio, puoi starci attento finchè vuoi. Ma, non si sa nè come nè quando, i tuoi occhiali saranno sporchi.

Per le ragazze: il mascara. La croce. Belle le ciglia lunghe, affascinanti. Provate ad avere ciglia chilometriche mentre indossate gli occhiali. Risultato: linee nere sulle lenti, of course.

Poi, i traumi: perché potevi essere figa o figo quanto volevi, ma prima che Alessandro Michele, direttore artistico della Gucci, li mettesse in passerella, diciamo che un po’ sfigato lo sembravi.

E allora cecità e lentine.

Le lentine, capitolo a parte. Lenti a contatto mensili, usate per trimestri, che non appena mettevi la lentina sul polpastrelli, l’occhio già iniziava a lacrimare. Nottate tornando a casa da sbronzo, che l’ultimo tuo pensiero era quello di togliere la lente, e allora al risveglio l’occhio secco traumatizzato.

Prima regola del glasses club: quando ti svegli, il primo gesto è allungare la mano per prenderli e inforcarli.

Occhiali da sole come miraggi, perché metterli significava essere cieco, anche se schermati dal sole. A meno che non eravate abbastanza ricchi da permettervi quelli calibrati, ma se considerate che per noi talpe, già quelli da vista costavano oro, chi poteva permettersi quelli accessori.

Avete mai cercato gli occhiali avendoli saldamente in faccia?

Avete mai avuto bisogno degli occhiali per cercare gli occhiali?

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Io, il problema, dopo 27 anni, il glorioso maggio del 2016 l’ho risolto. L’intervento.

Ma avere gli occhiali è come esser stati grassi, in un certo senso. Rimarrai, nel tuo cuore, sempre occhialuta.

Di corsa

Inseguire qualcosa senza mai raggiungerla. L’ultimo anno passato così. Ci sei quasi, ci sei quasi. No, non ci arrivi.

Siamo tutti Tantalo. Siamo tutti stanchi.

Sfiorare la felicità senza mai prenderla.

Pensateci: è peggio di sapere che tanto non ci arriverai mai.

Ma intanto così è come stanno le cose, e ti tocca comunque alzarti la mattina, lavorare, tornare a casa la sera. In loop.

Ritagliarsi un sorriso incerto, ma facendo sempre tutto di corsa.

Di corsa, di corsa, di corsa. Verso dove? Boh, intanto di corsa.

Vi ricordate quando non facevamo le cose di corsa? No, forse abbiamo smesso a 15 anni, quando abbiamo iniziato a sentirci grande. E se avessimo saputo quando fa schifo, essere grandi, forse avremmo cercato di evitarlo. O comunque non avremmo accelerato il passo.

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La falla

Vi siete mai sentiti in gabbia? Rispondo per voi: certo. Chiunque si è sentito così la meno una volta. Pensare che il cielo si stia richiudendo sopra di voi, per non lasciarvi più passare.

Avete mai pensato a quello che avete? Lo avete stimato poco? Ecco.

E adesso la domanda più difficile: avete mai pensato che quello che avete, sia una vita che tutto sommato può andare da qualche parte, ma che non vi interessa dove? E’ comunque la direzione sbagliata, non vi interessa andare da quella parte.

Cosa si fa in questi casi?

Non saprei. A volte le cose stanno messe in modo tale che farci qualcosa è difficile.

A volte pensi che questo sia solo un alibi, e che potresti cambiare ma forse hai paura.

La vera difficoltà è questa: capire cosa è in tuo controllo.  Amare una cosa ed odiarla allo stesso tempo, perdendo i riferimenti. E’ giusto o è sbagliato?

Si dice che porsi delle domande fa bene, perchè porta a mettersi in discussione. Ma se la discussione ha toni accesi, dentro la tua testa, inizia ad essere difficile gestire anche quello che succede all’esterno.

Servirebbe una pausa da se stessi, pensarsi all’esterno. Ma ognuno è bloccato dentro se stesso, e allora non resta che smattonare le certezze in cerca del tubo che perde.

Dov’è la falla?

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