Terzo Premio al Concorso di Città di Finale Emilia “Incanti di Tenebre”

Ecco il racconto.

Anomalia

Ci fu un’anomalia nello schermo quella sera.

Accanto al numero del volo e al logo della compagnia, immediatamente prima dell’orario previsto, lampeggiò per qualche minuto la parola “nessun contatto”, poi il volo scomparve dai monitor. Immediatamente nella piccola hall si scatenò il panico. Dopo un paio di minuti, ricomparve il numero del volo e tutte le informazioni connesse. Dopo altri dieci minuti, la scritta “atterrato”. L’immagine nei monitor però continuava a saltare, e si pensò ad un malfunzionamento a causa del mal tempo.

La gente in sala tirò un sospiro di sollievo e si avvicinò alla sbarra argentea che trattiene il calore di chi aspetta. Fiori, pacchi, cartelli con cognomi stranieri, tutto era pronto.

Le porte scorrevoli si aprirono poco dopo. I passeggeri, lentamente, iniziarono ad uscire dalle porte ma non oltrepassarono la sbarra. Rimasero lì, a capo chino.

Fu strano, e scese un silenzio imbarazzato. Un bambino si fece avanti e tese la mano alla mamma, un fidanzato chiamò il proprio amore, ma i passeggeri sembravano non vedere e non sentire. Continuarono a disporsi in riga, guardando in basso: sembrava stessero aspettandosi.

La gente iniziò a rumoreggiare, a chiamare a gran voce, qualcuno tentò di afferrare un proprio caro per scuoterlo ma il tocco fu evitato. I più, comunque, istintivamente non si avvicinarono.

Si pensò allora ad uno scherzo. Uno di quegli studi psicologici su gruppi di estranei. Guardando bene i passeggeri, però, si vide che le espressioni erano serissime.

Nell’insieme c’era qualcosa che stonava: i colori delle camicie un po’ spenti, i bagagli sembravano vuoti anche se qualcuno stringeva a sé il proprio borsone. Gli occhiali da sole, sulla testa di qualche passeggero, sembravano quasi ridicoli di fronte a tanta austerità. I visi, opachi, non emanavano alcuna luce.

I passeggeri, alla spicciolata, continuarono ad uscire dalle porte e a disporsi in fila.

I loro cari iniziarono a tremare, perché nella stanza aveva iniziato a fare un gran freddo ma forse la temperatura non c’entrava. Un cagnolino uggiolò e andò a nascondersi dietro al proprio padrone, non riconoscendo nessuno dall’altra parte.

Quando l’ultimo passeggero prese posto, all’unisono, tutti alzarono la testa e guardarono finalmente negli occhi i propri cari.

Non è chiaro quello che accadde dopo: c’è chi racconta di aver sentito solo silenzio, chi dice di aver sentito una voce familiare sussurrare qualche parola di commiato, altri dicono di aver sentito urla strazianti, prolungate.

Gli inquirenti parlarono di isteria collettiva. Un’allucinazione che ha colpito tutti nella hall, a fronte del grande stress. Psicologi e psichiatri hanno spiegato nei salotti tv che può succedere, che a volte la mente umana non riesce a sopportare il dolore e crea un ricordo fittizio. Le indagini si spostarono sull’incidente, su come poteva essere successa una tragedia simile, su chi fosse il colpevole. C’era disagio, attorno a questo dolore, c’era una stranezza che non poteva essere commercializzata, allora si misero pietre sopra, si spensero i riflettori, si chiusero infine le indagini, si mandò la pubblicità.

Ma c’è ancora chi giura, lontano dalle telecamere, di aver sentito un bacio posarsi sulla propria fronte prima di vedere l’immagine sparire.

 

L’amore non esiste.

La crudele verità.

Avere ragione, non voler essere fregati e non voler essere i soli a fare sforzi.

Loro hanno ucciso l’amore.

Forse non è mai esistito. E’ sempre stato opportunismo. E sarebbe stato bello se fosse esistito davvero, e proprio perché l’uomo ha sempre saputo che l’amore è un’utopia ha creato biblioteche e cineteche.

Ma siamo dei poveri stronzi.

E l’amore, mi spiace, ma non esiste.

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Non ho tempo

Quando si dice che non si ascolta più, mi viene sempre di muovere un’obiezione:

Ma chi il tempo di farlo?” Nessuno. Non abbiamo tempo. Non abbiamo tempo per ridere e scherzare, figuriamoci per ascoltare qualcuno.

Quando il vostro fidanzato annuirà alle vostre confidenze mentre penserà soltanto ai fatti suoi, non arrabbiatevi: probabilmente non ha avuto tempo di pensarci, ai fatti suoi, durante tutta la giornata. Così vostra madre, la vostra migliore amica. Non hanno tempo e ogni secondo è prezioso.

Posso dirti che ti amo e nel frattempo pensare alla Juve, e non devi rimanerci male, perchè tra lavoro, spesa, traffico, cena, studio, non ho avuto tempo di pensare alla Juve.

Io dico che è comprensibile. Quando tocca da vicino te, ti fa arrabbiare, ma se ci pensate, è giusto. Anche voi lo avete fatto.

Corriamo tutto il giorno nella speranza di riuscire a conquistare quella mezz’ora per pensare alle cose che ci piacciono o, per alcuni ancora meglio, non pensare a niente, la gioia dell’oblio, lo scroll sulla home di FB, puro vuoto.

Il salto di qualità, quello vero, consisterebbe nel ritenere che i problemi del figlio, del partner, dell’amico, siano fatti propri. Sei così importante che i tuoi problemi sono i miei problemi.

Che meraviglia, chi non vorrebbe al proprio fianco una persona così?

Ma così come nessuno agisce in questo modo, non aspettatevi di trovare qualcuno così ben fatto in giro. Non è merce rara, è introvabile. E la colpa è di tutti noi.

Se riuscirete mai a trovare qualcuno in grado di aiutarvi, non aspettatevi che lo faccia come modus vivendi. Non aspettatevi che colga il vostro stato d’animo, non aspettatevi carezze improvvise.

Il corollario è che se aiutate qualcuno, non aspettatevi riconoscenza. Probabilmente questo qualcuno non ha tempo per dimostrarvi che ci tiene a voi e vi è grato. Ma non arrabbiatevi per questo. Sicuramente lo pensa, anche se non ve lo dimostra.

Salvo poi sperimentare con qualcun altro più affine la nuova condizione. Non rimaneteci male, voi avete fatto il vostro, e i rapporti non sono di certo dei boomerang.

I rapporti umani sono sempre complicati. C’è poco tempo però per soffermarsi. Sopratutto nelle coppie. La persona che, in teoria, scegli tra milioni di altre. Che consideri degna di nota per mille aspetti. Pensi di essere così felice per essere riuscito a trovarla.. ma non hai tempo per ascoltarla. E, anche nel caso tu lo faccia, non hai proprio tempo per comprendere a fondo le parole né per, che lusso!, rifletterci. Se ti vai bene otterrai un, si ho capito che hai detto che – segue breve riassunto-. Vi ha ascoltato. Ha perso tempo che poteva impiegare in altro modo, per ascoltare voi, magari guardandovi anche in faccia e non analizzando le unghie (Sarà forse il caso di tagliarle?” )e se proprio impazzisce per voi, e gli state spiegando una cosa attraverso whatsapp, riuscirete ad averlo/a online per tutta la durata della discussione e se è vero vero amore, non cambierà conversazione per organizzare la partita di calcetto.

Il problema non sono i rapporti, è il tempo.

Potete incolpare il governo, i politici, il vostro capo, chi volete. Ma il problema vero, è il tempo.

E la pazienza. Ma quella non esiste più neppure sul vocabolario.

Viviamo relazioni destinate a finire.

Perchè oltre il tempo, badate, manca l’impegno. Chi ha voglia di perdere tempo a cercare di raddrizzare qualcosa? Non è più semplice passare al prossimo?

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L’attesa

Il vocabolario Hoepli parla chiaro, e di certo non mente.

attesa
[at-té-sa] s.f.

3 Stato d’animo di chi attende; aspettativa: a. ansiosa, sfibrante; deludere, tradire l’a. di qualcuno
|| Essere, restare in attesa, aspettare

L’attesa è un’azione passiva. Forse è questo che la rende ansiosa e sfibrante.

Attesa. E’ difficile essere bravi ad attendere. Aspettare qualcosa implica sempre uno stato emotivo non dei più sereni, al di là che la cosa che si attende sia positiva o negativa.

Diciamoci la verità, noi esseri umani non siamo fatti per l’attesa. Abbiamo sempre bisogno di qualcosa da fare, di intrattenerci. Circondati da una natura che prova da millenni ad insegnarci qualcosa che continuiamo a non capire.

E’ così, siamo di coccio.

Avete mai provato ad adattarvi ai tempi di qualcun altro, tempi totalmente differenti dai vostri? E’ l’operazione più difficile in assoluto. Serve pazienza, fiducia cieca, forza. Non prevaricare l’altro con i vostri tempi, aspettare che l’altro arrivi dove siete voi. E’ una cosa difficilissima, perché a quel punto l’impazienza e l’insofferenza rischiano di diventare oppressione. E tutto quello che vi piaceva si chiude sopra di voi. Bisogna avere una tempra d’acciaio.

La sincronia non esiste. Avete mai osservato una gara di nuoto sincronizzato o di tuffi? La fatica degli uomini per raggiungere la sincronia è uno sforzo sovraumano, letteralmente.

Cercate chi vi aspetta, il suo è l’amore più grande.

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[Racconto vincitore del concorso letterario “Dimmi di sì .. I sentieri dell’amore”]

 

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Peppe venne condannato a trentadue anni. Trentadue.

Non appena sentì il giudizio, inappellabile, irrevocabile, insindacabile, Benedetta lo guardò. Vide Peppe chiudere gli occhi e poi cercarla con lo sguardo. Benedetta sorrideva: non l’avevano condannato a morte! Non l’avevano condannato a morte! Ne era così sicura che le sembrò quasi che il giudice avesse sbagliato lettura. E invece era la verità: Peppe sarebbe sopravvissuto!

Quando vide lo sguardo di lui, le si gelò il sangue. Era disperato. Si fece largo a gomitate per arrivare a lui, così piccola in mezzo alla folla. Nessuno le badò, Benedetta era così: trascurabile.

Peppe si avvicinò e le guardie lo spintonarono.

-Due minuti, per favore- chiese con voce ferma. La guardia fece un cenno con la testa e, sempre tenendolo per un braccio, si avvicinò a quella donna. Aveva visto quella scena milioni di volte.

-Che hai?-

-Mi dispiace-

-Per che cosa?-

-Per te. Era meglio se finiva subito. Non mi aspettare Benedetta. Non mi aspettare-

-Che stai dicendo? Avevi detto che dopo..-

-Sono troppi. Non puoi, non è giusto. Lasciami stare qui dentro-

Benedetta aveva un’espressione sconcertata -Certo che ti aspetto-

-Benedetta, no. Non mi devi aspettare. Lasciami qua dentro-

Le guardie se lo portarono via.

Lei non ebbe la forza di gridare nulla, lui nemmeno. Si guardarono finché poterono. E poi la porta si chiuse.

Per i primi sei mesi, Benedetta andò a trovarlo una volta a settimana, senza che nessuno apparisse da quella porta. Ormai conosceva ogni graffio, ogni segno di ruggine, ogni imperfezione, di quella porta.

“Non viene” le dicevano ogni tanto le guardie o gli altri detenuti.

Benedetta era caparbia, ma Peppe non si faceva vedere.

Poi le consegnarono una lettera.

“Benedetta, sono figlio del popolo. Per me non si schiererà nessuno. Non avrò sconti. Sono trentadue anni e questi rimarranno. Ho combattuto per la libertà mia e della mia gente. Sapevo che poteva succedere, ho accettato il rischio, come ho accettato il rischio di essere pugnalato a morte o di saltare in aria con un esplosivo, o di morire torturato. Sapevo che poteva succedere ma ho preferito farlo. Adesso marcirò qui per trentadue anni. Tu sei giovane. Sei bella. Non è vero che lo vedo solo io. Mi sembra di avere aperto gli occhi per la prima volta quando ti ho vista. Non appassire aspettando me. Non aspettare trentadue anni. Ne hai ventisette, è più della tua intera vita. Non mi arrabbierò, non sarò deluso. Smetti di venire ogni settimana. Sarò felice di sapere che stai vivendo per tutti e due. Magari quando uscirò, mi farai conoscere i tuoi figli. Sei libera Benedetta.”

Benedetta non andò la settimana successiva. Lo riferirono a Peppe, che sorrise, nonostante il dolore. Era la decisione giusta. A lui sarebbe bastato il ricordo di quei tre baci: il primo rubato, il secondo di notte, il terzo all’aperto.

Un mese dopo, le dissero che Benedetta era tornata e aveva lasciato un biglietto.

“Trentadue anni sono più della mia vita, ma questi ventisette a volte mi sono sembrati troppi. Riempirò gli altri con la tua attesa. Non posso tornare indietro”

Peppe si chiese da chi avesse trovato il coraggio di farsi scrivere quelle righe, dato che Benedetta non sapeva scrivere. Poi si mise a piangere.

Benedetta andava a trovare Peppe ogni settimana. Dopo altri due mesi, Peppe si fece vedere. Lei gli portava una mela o qualcosa da mangiare. Non tutto poteva essere consegnato, quando le rifiutavano di passargli un dono rimaneva molto male.

I detenuti stavano a distanza dai visitatori. Benedetta e Peppe si guardavano. Alcuni giorni neppure parlavano.

A volte il carcere vietava le visite, altre volte succedeva qualche marasma politico e le condizioni dei vecchi detenuti politici peggioravano. Passavano mesi senza vedersi, senza neppure potersi scrivere.

Attorno a loro, tutto si trasformava. Le persone si evolvevano in qualche modo. Nascevano nuovi bambini, morivano gli anziani. I vestiti cambiavano, il mondo pure. Benedetta raccontava tutto quello che sentiva a Peppe. Non sapeva leggere ma era un’ottima ascoltatrice, lo era sempre stata. Continuò a non interessarsi alla politica, ma a informarsi il più possibile.

A volte, quando c’era meno gente nella stanza e riuscivano a sedersi più vicino, ripassavano insieme: uno rubato, uno di notte ed uno all’aperto.

Più spesso ripassavano ognuno per conto proprio, per strada o a letto da soli, la sera.

Di sicuro le loro classifiche non coincidevano, ma non se lo dissero mai.

Avevano sempre un sorriso l’uno per l’altro.

I capelli di Benedetta divennero striati di grigio. La sua vita diventò meno sottile. Lo sguardo era un po’ più spento e le mani iniziarono a diventare dure.

Peppe si curvò un poco. Presero a fargli male le ginocchia. Iniziava a pensare a come avrebbe fatto, una volta uscito, ad inginocchiarsi per chiederle di sposarla.

Trentadue anni sono lunghi.

Trentadue anni passano.

Si dice che il tempo sia galantuomo. Questo non è vero, dipende dai casi.

Benedetta non era mai stata una bella donna, e il tempo non aveva le donato nulla in più, anzi, forse le aveva tolto qualcosa.

L’ultima volta che si videro in carcere non fecero altro che sorridere. Si guardavano e ridevano. Scambiarono sì e no dieci parole in tutto, per il resto, risero.

Arrivò, finalmente.

Il 27 novembre.

Benedetta si cambiò d’abito sette volte. Alla fine rimise il primo che si era provata. Si truccò, si struccò e si truccò di nuovo, ma di meno. Ebbe anche un moto di nervosismo. Si sarebbero baciati? Avrebbe dovuto farlo lei? Oppure si sarebbero limitati ad abbracciarsi? Dove sarebbero andati dopo? E quando avrebbero dormito insieme? Non aveva mai dormito con nessuno, non era troppo vecchia ormai, per quello? Di sicuro Peppe si meritava una bella donna, da desiderare. Una che almeno sapesse come.. Benedetta arrossì al pensiero e fece cadere la forcina. Lei non aveva nulla di desiderabile, ed era così vecchia..

Peppe non aveva vestiti eleganti, adatti all’occasione. Ma gli altri veterani capirono la situazione e misero insieme un abito elegante, anche se con colori male assortiti. Peppe li ringraziò, uno per uno. Avrebbe voluto dire di più, i suoi amici, con cui aveva condiviso tutto. Ma aveva un groppo in gola.

La porta metallica, che divide chi sta dentro da chi sta fuori, è pesante. Due guardie la aprirono. Dava in un piccolo vicolo, dove due mura, lunghe, lasciavano pochissimo spazio al resto. E infatti non c’era nulla, oltre ai muri.

Peppe uscì dal blocco e si lasciò il carcere alle spalle. La vide: aveva gli occhi più belli e luminosi che avesse mai visto in vita sua.

-Sei un fiore-

Benedetta arrossì. Si sentiva paralizzata, non riuscì né a baciarlo e né ad abbracciarlo. Ma prontamente gli prese la mano stringendola forte, poi si avviarono, in silenzio, percorrendo quello stretto vicolo.

Si dice che il tempo sia galantuomo. Questo non è vero, dipende dalle persone.

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